Angelo Paccagnini Project

ANGELO PACCAGNINI PROJECT

Angelo Paccagnini (1959)

ANGELO PACCAGNINIAngelo Paccagnini (Castano Primo, 17 ottobre 1930 – 2 luglio 1999) è stato un compositore e didatta.Ha completato gli studi musicali presso il Conservatorio “G. Verdi” di Milano diplomandosi in clarinetto (1953), musica corale e direzione di coro (1954), composizione e strumentazione (1955).È stato allievo di Bruno Bettinelli (1953) ed ha lavorato, a partire dal 1958, con Bruno Maderna e Luciano Berio allo Studio di Fonologia Musicale della RAI di Milano, di cui è in seguito divenuto direttore (dal 1969 al 1971).Dall’esperienza presso lo Studio di Fonologia Musicale, il passo per creare una delle prime cattedre di musica elettronica italiane, presso il Conservatorio di Milano, è stato breve. Dal 1969 al 1980, da questa cattedra, ha insegnato composizione e musica elettronica a numerose generazioni di giovani allievi.Dal 1980 al 1983 ha diretto il Conservatorio di Mantova e, dal 1984 al 1989, quello di Verona. Dal 1989 è stato responsabile artistico al L.I.M. (Laboratorio di Informatica Musicale del Dipartimento di Scienze dell’Informazione dell’Università degli Studi di Milano) per i progetti musicali e multimediali.
Nel 1963, con la compagna Carla Bianchi-Weber ha fondato e diretto il complesso Ars Antiqua, specializzato nell’esecuzione di musiche medioevali, rinascimentali e barocche.Per incarico dell’Accademia Filarmonica di Verona, nel 1984 ha costituito e diretto l’orchestra femminile Nuova Armonia.Ha curato, assieme a Carla Bianchi-Weber, numerose edizioni e revisioni di musiche di compositori dell’età medioevale, rinascimentale e barocca, testimoniate nelle raccolte discografiche edite da RCA-Italia, Fonit-Cetra e PCC-Assisi.È stato curatore di alcuni cicli musicali per la Radio e la Televisione italiana: Musica, Musica, Musiche al tempo di Dante (con F. Ghisi), La musica moderna tra suono e rumore (con Massimo Mila).Dagli anni Settanta, ha tenuto numerosi seminari e conferenze in tutta Italia e all’estero.Dal 1953 le sue opere sono state rappresentate nei principali Festivals e teatri italiani ed europei (La Scala di Milano, La Fenice di Venezia, Varsavia, Parigi, Ostenda, Amburgo, Darmstadt, eccetera).Tra i riconoscimenti nazionali ed internazionali si ricordano il Premio Italia 1964 per l’opera radiofonica Il dio di oro e il premio Tribune Internationale des Compositeurs, assegnatogli a Parigi nel 1965.Ha tenuto numerosissime conferenze in Italia e in Europa sui problemi della Musica e sulla didattica musicale, in special modo sulla didattica musicale nella scuola dell’infanzia, testimoniate da scritti e atti di convegno, nonché da libri e brevi saggi.È scomparso il 2 luglio 1999 dopo una lunga malattia.

Angelo Paccagnini allo SFM della RAI di Milano

UN UOMO/UN MUSICISTA INDIPENDENTE di Renzo Cresti
Non ho purtroppo conosciuto personalmente Angelo Paccagnini, ovviamente avevo sentito la sua musica. Mi ha fatto avvicinare a lui Gabriele Ranica che mi ha passato molti materiali che ho studiato con grande interesse, scoprendo non solo un musicista di spessore (questo era noto) ma anche un uomo rigoroso e legato ai suoi valori (qualità sempre più rare).Oggi, forse più di qualche anno addietro, si capiscono meglio e si apprezzano figure, come quella di Paccagnini (Castano Primo 1930 – 1999), che hanno fatto della loro vita, ancor prima che della loro arte, un cammino fra esodo e avvento, per riprendere alcune suggestioni religiose care al Maestro. Un esodo dai meccanismi della società mercantile per avviarsi verso l’attesa dell’avvento di un mondo migliore: utopia che percorre come un fremito o come nostalgia tutta la vita di Paccagnini. U-topia è un posto che non c’è, ma che potrebbe esistere nel regno del possibile. E’ anche l’Utopia delle grandi filosofie sociali, da quella di Platone a quella di Marx, alle quali Paccagnini è stato molto attento e sensibile. “al di là di manifesti ideologici, cari a molti compositori della fine degli anni Sessanta e dell’inizio dei Settanta, la ricerca di Paccagnini, oltre a essere una ricerca musicale rigorosa e tecnicamente efficace, è una ricerca sull’impossibilità della comunicazione tout-court e sulla possibilità di comunicare, l’ultima possibilità, che ha il nostro corpo, e con esso la nostra voce, tramite i segni di insofferenza verso il mondo contemporaneo che esso esprime” (Ranica).Abbiamo davvero necessità di una nuova e laica spiritualità. La tematica della falsa comunicazione e del bisogno di un rinnovato rapporto fra gli uomini è tema centrale nella produzione di Paccagnini. I personaggi protagonisti dell’Opera Le sue ragioni (1959, composizione dal valore storico notevolissimo, essendo il primo lavoro teatrale in ambito post-weberniano) sono delle maschere, “manichini sperduti davanti al baratro dell’incomprensione reciproca” (Gentilucci).La musica di Paccagnini sembra fatta di continui naufragi nel mare del molteplice (o della multimedialità), sempre perdendosi e sempre ritrovandosi. E’ memoria da naufrago. Paccagnini sembra proprio aspirare, da sopravvissuto alla catastrofe della guerra, all’Utopia di una nuova condizione umana, di una rappacificata coscienza sociale. E’ musica utopica la sua, con quella forza che Bloch aveva già individuato nella vera Utopia. L’arte stessa è u-topia, si situa ciò in un luogo che non fa parte del pensiero e del fare quotidiano, ma abita altrove, su una soglia enigmatica dove si decide del sì e del no, al confine fra senso comune e gesto straordinario che, proprio per questa sua eccezionalità, fa eccezione rispetto alle altre discipline e non si lascia facilmente imbrigliare dalle maglie del politicamente corretto. Questo confine fra il senso comune (della storia) e l’essere vocato alla forza utopica dell’arte è la stretta striscia (al confine con le terre fertili) che Paccagnini percorre. Il gesto, così importante in Paccagnini, che costruisce non rimanda solo alla techne ma anche all’episteme, indica qualcosa di ben più ampio e profondo del fare, perché di-svela la struttura, la sostanzia con l’esperire e la apre all’ascolto.In Paccagnini non c’è solo la negazione del perbenismo artistico e del politicamente corretto, nelle sue scelte c’è pure la positività della proposta di una nuova verginità del pensiero, di una purezza del fare, per approdare a un’opera innocente. Un’opera che non fugge dal Mondo, ma lo interroga e interagisce con sana ironia, una lontananza che non significa disimpegno, al contrario, rappresenta la consapevolezza dell’esserci in modo critico. La coscienza critica di Paccagnini nessuno vorrà mettere in dubbio, lui che fu essere umano molto attento al suo prossimo e agli avvenimenti sociali e storici del suo tempo.Niente più della storia della musica elettronica pura è esemplificativo dell’autoreferenzialità della chiusura dentro lo Studio, inteso come mondo; ma anche la musica concreta, che col suo contatto diretto con la quotidianità parrebbe sempre vitale, ha prodotto prove deludenti (almeno fino al 1958-59, quando nello Studio parigino di Schaeffer arrivarono compositori come Xenakis, Luc Ferrari, Phillipot ecc.). E’ Stockhausen, soprattutto da Mikrofonie I in avanti, che si pone il problema di ravvivare la musica elettronica (nel doppio senso di renderla più interessante nei concerti dal vivo e di esprimerla in maniera meno astratta e più vivace). Un po’ diverso è il discorso sullo Studio di fonologia della RAI di Milano, perché sia Maderna sia Berio sia Rognoni (che fu fra i fondatori), avevano chiara, già all’inizio degli anni Cinquanta, la problematica su come sganciare l’elettronica da un’impostazione da laboratorio chimico. Il loro successore Angelo Paccagnini, lo “scontento cosmico” (come ebbe a definirlo Mila), fu uomo impegnato e nostalgico di un mondo migliore mai conosciuto (e forse mai esistito), non a caso ha formato musicisti come Riccardo Sinigaglia, Ruggero Taiè, Gaetano Liguori, Riccardo Bianchini (scomparso prematuramente il 9 giugno 2003) e molti altri che di quell’umanesimo aperto e solidale ne sono ancora oggi dei valenti continuatori. Di Berio, Paccagnini parlerà sempre con grande stima e amicizia.

A. Paccagnini and K. Stockhausen (Colonia, 1970)

An indipendent man and musician….

by Renzo Cresti….

English version….

….

Unfortunately I have not personally known Paccagnini Angel, of course I had heard his music.It made me closer to him Gabriel Ranica I spent a lot of materials that I studied with great interest, revealing not only a musician of depth (this was known) but also a man linked to its values and rigorous quality (increasingly rare)…..

Today, perhaps more than a few years ago, one can better understand and appreciate the figures, like Paccagnini (Castano Primo 1930 to 1999), which have made their life even before their art, a path between exodus and arrival, to resume some suggestions religious care to the Master. An exodus from the mechanisms of mercantile society to move towards the expected advent of a better world that runs like a utopia or as a nostalgic thrill of a lifetime Paccagnini. U-topia is a place that is not there, but that could exist in the realm of possibility. And ‘Utopia of the great social philosophies, from Plato to Marx’s, which Paccagnini was very attentive and sensitive. “Beyond ideological manifestos, dear to many composers of the late sixties and early seventies of the search for Paccagnini, besides being a musical research rigorous and technically sound, is a research on the impossibility of communication-tout court and the opportunity to make the last possibility, which our body, and with it our voice, through the signs of impatience with the contemporary world that it expresses “(Ranica)…..

We really need a new, secular spirituality. The theme of the false statement and the need for a renewed relationship between men is a central theme in the production of Paccagnini.Characters The protagonists of his reasons (1959, constituted by the remarkable historical value, being the first play in the field of post-Webern) are masks, “dummies lost before the chasm of misunderstanding each other” (Gentilucci)…..

The music seems made of continuous Paccagnini shipwrecks in the sea of the manifold (or multimedia), always losing and always finding himself. And ‘memory from drowning. Paccagnini seems to aspire, to survive the catastrophe of war, the utopia of a new human condition, a pacified social conscience. And ‘utopian his music, with the strength that Bloch had already identified the true Utopia. The art itself is u-topia, it is located in a place that is not part of everyday thinking and doing, but live elsewhere, at a threshold where you decide the enigmatic yes and no, the line between common sense and act extraordinary that, just because of his exceptional character, is an exception compared to other disciplines and is not easily harnessed by the mesh of political correctness. This line between common sense (the story) and being suited to the utopian force of art is the narrow strip (on the border with fertile land) that runs Paccagnini. The gesture is so important in Paccagnini, which builds not only leads to techno episteme but also indicates something much broader and deeper the do-it reveals the structure of the substance with the experiment and to open ‘ listening…..

In Paccagnini there is only the negation of artistic respectability and political correctness in its choices there is also the positivity of the proposal for a new virginity of thought, purity of action, to arrive at work innocent. A work that does not flee from the world, but the questions and interacts with healthy irony, a distance that does not mean disengagement, in contrast, is the awareness of being critical. The critical consciousness of Paccagnini no one will doubt, that he was a human being very attentive to his neighbor and the social and historical events of his time…..

No more of the history of electronic music is a pure example of self-Study into the closure, defined as world music but also the concrete, which, with its direct contact with the everyday life always seems, has given evidence disappointing (at least until 1958 -59 when Schaeffer arrived in the Paris studio of composers like Xenakis, Luc Ferrari, Phillipot etc…) And ‘Stockhausen, especially Mikrofon The forward, the question arises to revive electronic music (in both senses make it more interesting in live concerts and to express a less abstract and more lively). A bit ‘different is the discourse on RAI Phonology Studio in Milan, so that both Berio and Maderna Rognoni (which was among the founders), had clearly already in the early fifties, the question of how the electronic release approach from laboratory chemicals. Angelo Paccagnini their successor, the “cosmic discontent” (as he had to call Mila), was a man committed and nostalgic for a better world ever known (and perhaps never existed), not randomly formed musicians like Riccardo Sinigaglia, Ruggero Taie, Gaetano Liguori, Riccardo Bianchini (who died prematurely June 9, 2003) and many others of open and inclusive humanism are still worthy of followers. Berio, Paccagnini always speak with great respect and friendship…..

Angelo Paccagnini (prove d'orchestra)

Il progetto
Il progetto prevede la rivisitazione di alcune opere del M.ro Angelo Paccagnini da parte di alcuni artisti che partecipano a VJGrecords….

I brani rivisitati saranno i seguenti:
Partner 12:39

Underground 12:10

Carmina Anseatica 19:42

Flou II 21:20

Sequenze e strutture 7:26

Olivo Verde Vivo 13:29
Ciascun musicista interverrà sul brano originale secondo i sentimenti che il brano stesso riesce a risvegliare in lui… rivisitare ed aggiungere …

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Buon anno a tutti

Is always the same old story every year, but the hope of some new discovery makes us wait another year and then another year again and another…. to the great final discovery!

BUT WE LIKE TO DISCOVER THINGS SLOWLY!

E’ sempre la solita vecchia storia, tutti gli anni, ma la speranza di qualche nuova scoperta ci fa aspettare un altro anno e poi un altro anno ancora e un altro… fino alla grande scoperta finale!

MA A NOI PIACE SCOPRIRE LE COSE LENTAMENTE!

AA.VV. – if there are any heavens – by B. Penazzi

di gabriele ranica

S. Schiavoni, B. Penazzi, D. Studer, M. Orselli, S. Penazzi

if there are any heavens

produced by B. Penazzi

Questo è un disco introvabile (?), raro, che mi è stato regalato e che conservo gelosamente, perché chi me lo ha lasciato, insieme ad altri, è stato un grande amico e un grande musicista: Angelo Paccagnini.

Glielo aveva mandato il suo primo e caro allievo, Riccardo Bianchini (scomparso prematuramente nel giugno 2003), anche e soprattutto perché, Bernardino Penazzi, produttore e violoncellista, è il  figlio di Sergio Penazzi (1934-1979) primo fagotto nell’orchestra del Teatro alla Scala di Milano ed insegnante presso il Conservatorio “G. Verdi” della stessa città. Sergio Penazzi fu un grande ricercatore sulle diverse possibilità sonore dei legni e dal 1970 alla prematura scomparsa nel 1979, direttore d’orchestra. Il disco contiene due brani di Sergio Penazzi ( Polifonie 1960 per fagotto solo e Messaggio 58/75 commissionato dalla biennale di Venezia del 1975 ) e sette tracce, registrate dal vivo al Teatro Agorà di Roma nel 1994, di musica “tra libera improvvisazione e strutture” della formazione che comprende, oltre a Bernardino Penazzi al violoncello, Silvia Schiavoni alla voce, Daniel Studer al contrabbasso e Mauro Orselli alla batteria. Cito dalle note di copertina, e non voglio aggiungere altro ad un disco che mi è caro e che ritengo un eccezionale documento:

“La ricerca sonora propria di questa formazione si muove all’interno di un linguaggio contemporaneo con influenze jazzistiche. Questo lavoro si basa sulle strutture di alcune poesie di E.E. Cummings interpretate attraverso la libera improvvisazione”.

Voglio soltanto ricordare l’intervento di Riccardo Bianchini (prematuramente scomparso) contenuto, nelle notedi copertina, all’interno del CD, parole che, ancora una volta, dimostrano l’affetto di Bianchini per tutti coloro che ha frequentato e conosciuto. Raro, quasi introvabile, da non perdere e da richiedere.

A chi? Provate a cercare nel web e auguri!

Maderna e l’elettronica

di gabriele ranica

Co-fondatore, nel 19551, con Luciano Berio dello Studio di Fonologia Musicale della Rai di Milano, Bruno Maderna da sempre si è posto nella ricerca sonora spinto da sana curiosità e profonda onestà intellettuale. Come nelle composizioni per orchestra, per piccoli o medi gruppi o per strumenti solisti, anche nella musica elettronica il suo rapporto con il mondo dei suoni è sempre stato qualcosa di fisico, sia per quanto riguarda la ricerca sulla fisicità del suono, sia per quanto riguarda l’esplorazione del suono naturale. La continuità compositiva di Maderna si estrinseca, in ogni momento della sua ricerca, sia poliedricamente, in un polimorfismo espressionistico caratteristico e peculiare della sua poetica, sia fondandosi strutturalmente e, quindi, post-webernianamente (anche se mai in modo scolastico) su solide basi epistemologiche. Maderna esordisce nella musica elettronica, se si eccettuano alcuni piccoli saggi “di prova” in collaborazione con Berio, con Notturno nel 1956. Del nuovo mezzo elettronico Maderna sfrutta da subito la possibilità di ottenimento di nuovi timbri. Del tutto nuova, appare al Nostro, la possibilità di ricerca di un nuovo tipo di espressività poetica basata, appunto, sulla dimensione timbrica completamente diversa da quella ottenibile dagli strumenti della tradizionale orchestra. Il titolo, come afferma Mila è la naturale spiegazione del brano: « (…) un fischiar di flauti nella nebbia, dilatato in spessore polifonico di strati sovrapposti»2. Una nuova poesia, imbrigliata nei suoni che sino a quel momento la natura aveva celato all’orecchio umano, sembra dar voce alle curiosità altrettanto nascoste del Compositore che con Continuo (1958) dà alla luce «uno dei più alti momenti di poesia che la musica elettronica abbia raggiunto»3 (M. Mila). Un inizio che sembra provenire da altri mondi, segreti e notturni, che Maderna ci riporta dalla sua esplorazione. La realizzazione si fonda su di un suono di flauto (quello di Severino Gazzelloni) e sul suono bianco filtrato. I timbri sono composti in una modalità che lo stesso Mila definisce quasi organistica. Tutto comincia dal nulla di un pianissimo iniziale che, esplodendo nella parte centrale del brano, rifluisce, quasi accartocciandosi su se stesso, al pianissimo della parte finale costellato qua e là da scoppi ritardatari della centrale violenza sonora. La fisicità del suono esplode invece in Syntaxis del 1957. Quasi uno studio sulle possibilità del mezzo elettronico, questo brano ci si presenta come una serie di timbri a botta e risposta caratterizzati da sonorità forti alle quali si susseguono contrappunti carichi di armoniche in pianissimo. Una composizione puntillista caratteristica del post-webernismo allora in auge, che sottende, però, quella continua ri-cerca dell’espressione che è la componente sempre presente e realmente esistenziale ed essenziale della poetica maderniana. Serenata III del 1961 si fonda, nella sua idea fondamentale, su di una tamburellante serie percussiva di congas che, variamente trattata, ci si rivela come velata da coltri sottili quasi impalpabili e, in certi momenti, quasi immersa in un liquido (amniotico?) in cui vive e da cui nasce proponendosi all’ascolto del mondo. «Vien di fatto pensare, naturalmente, al gamelon giavanese: una cascata di suoni metallici, come prodotti da ruote dentate»4. In Maderna, sin dalle sue prime composizioni elettroniche, insomma, c’è la volontà di appropriarsi del mondo dei suoni, di tutti i suoni ottenibili con qualsiasi mezzo. E’ questa la verità del compositore, è questa la sua coerenza. E se i suoni sono nuovi devono essere trattati tramite altrettante novità compositive, perché un metodo esclude l’altro. L’elettronica coniugata alla tonalità, serve soltanto ai musici da mercato rionale (o supermercato, diremmo oggi). Così come esistono pittori della domenica e da mercatino rionale che, purtroppo, hanno successo perché, oggi come da sempre, è tutta e soltanto una questione di mercato, una questione di tranquillità piccolo borghese che non vuole essere disturbata dal pensiero pensante la verità dell’arte in tutte le sue forme. L’espressionismo maderniano, che tanto influenzò i giovani che lo seguirono, pensiamo a Nono, ma anche a Paccagnini (che lo considerò, insieme a Berio, tra i suoi veri maestri, senza disconoscere la lezione di Bettinelli), si ritrova tutto anche nelle composizioni elettroniche. Così come si ritrovano tutte le strategie messe in atto dal Nostro. L’improvvisazione, la ricerca timbrica, l’apertura dell’opera e il collage-pastiche. E’ la poesia di Maderna: quella che lo ha fatto diventare il compositore italiano più importante del Novecento anche a livello internazionale. Un maestro non ha scuole, semmai le crea, ma un maestro è irripetibile e l’allievo non potrà fare altro che seguire una sua strada se, a sua volta, vorrà diventare Maestro. Nella storia dell’arte il manierismo ha spesso supplito alla mancanza di idee. Manieristi, anche grandi, ce ne sono stati, ma, possiamo dire con fermezza, non hanno mai creato un pensiero autonomo, hanno fatto scuola, hanno creato una scuola, un’accademia, hanno vissuto sulla creatività altrui, con grandi meriti, se si vuole, ma con scarsa creatività propria. Ecco, Maderna è un Maestro, come lo sono stati altri prima e dopo di lui, altri hanno creato il maderniano, ma sono altri piccoli e sconosciuti. La generazione di Maderna e quella degli anni Trenta sono state generazioni creative ed innovatrici, ma, salvo rare eccezioni, non hanno dato vita a scuole, almeno non intenzionalmente, hanno invece contribuito a formare musicisti indipendenti e portatori di nuova creatività.

capire di cosa si parla

di gabriele ranica

Oggi si parla di tutto, tutti parlano di tutto, anche di ciò che non si comprende, perché non si vuole ammettere la propria ignoranza, intesa come scarsa o nulla conoscenza di un determinato argomento. I “tuttologi” bucano il teleschermo parlando di tutto, da come si costruisce un pollaio all’estetica di Hegel, e si aggirano, purtroppo, anche per strada circondando con la loro tuttologia i pochi individui rimasti che cercano ancora di comprendere ciò che non capiscono e che sono, forse, gli ultimi esemplari di un genere umano in via di estinzione, quel genere umano che riesce ancora a non farsi irretire dai mezzi di comunicazione di massa che tendono all’omogeneizzazione delle coscienze. La loro, come scriveva il Marcuse de L’Uomo a una dimensione, è ancora una coscienza inquieta, una coscienza che ri-cerca e che non si lascia appiattire dal senso e dal luogo comune indotti dalla capacità ipnotica del controllo delle merci. Comprendere, e di conseguenza capire, significa porsi domande, analizzare e chiedersi il perché ed il come dell’accadimento di un determinato fenomeno. Invece, parlare di tutto soltanto perché la libertà di opinione e di parola sono garantite per legge, significa soltanto rendere le cose di cui si parla e che non si conoscono a fondo, qualcosa di insignificante, poco profondo, massificarle e, di conseguenza, alleggerirle del loro stesso peso specifico, quel peso che le ha rese quello che sono e senza il quale perdono il loro significato.

Oggi tutti parlano di tutto, come se l’interesse di tutti possa effettivamente essere il tutto. E’ giusto che sia così, ma è anche giusto che le cose di cui si parla non cadano nel banale e, soprattutto, nella banalità del detto popolare “non è bello ciò che è bello, è bello ciò che piace” o dello “io la penso così”, anticamera di un pensiero dittatoriale, perché l’educazione al gusto è appunto un’educazione e, in genere, ai nostri giorni assistiamo alla maleducazione del gusto, ad un gusto poco e male educato.

Di chi la colpa? Della semplificazione culturale portata avanti dai mass-media, quando sappiamo, o dovremmo sapere, benissimo che nessuna cosa di questo mondo è semplice. La colpa è degli oggetti, pensiero compreso, proposti dal mercato, oggetti livellanti nella loro stessa semplicità di valore d’uso. Musica, pittura, scultura, fotografia, cinema e quant’altro producono merci fruibili immediatamente, la fruibilità non può e non deve essere ulteriormente procastinata per l’individuo contemporaneo, il denaro deve circolare e non si può e non si deve perdere tempo, perché il tempo è denaro.

Se un’opera non è immediatamente utilizzabile, fruibile, blocca la circolazione dei capitali, li immobilizza, ma un capitale non può fare a meno di riprodursi e non ha tempo da perdere, quindi o l’opera consente al capitale di autoriprodursi in tempi brevi o medio brevi, oppure non la si può buttare sul mercato, perché ne potrebbe andare della riproduzione dello stesso capitale.

L’educazione al gusto di massa non ha bisogno di scuole. Radio, televisione, internet (anche se sulla rete non rari sono i siti di vero approfondimento e di ricerca avanzata) sono le scuole del gusto industrializzato, i luoghi della manipolazione del gusto. La libertà di poter esprimere la propria opinione su tutto ciò che ci passa per la testa o ci si presenta nel mondo è la libertà delle comari, pettegolezzo che crea verità parziali e spesso assassine della verità stessa. Libertà di parola significa anche impegno a proferire parole sensate frutto di studio ed analisi, parole partorite dalla esperienza, anche, ma parole capaci di auto-analizzarsi e, di conseguenza, autocriticarsi in qualsiasi momento.

Una preghiera per i capodogli… il sig. B è santo!

Capodogli spiaggiati
si recuperano le carcasse

Operazioni complesse per la mole e il peso dei cetacei. Dei nove che erano arrivati sulla spiaggia di Capojale, solo due hanno ripreso il largo, ma sono morti.

Io non mi preoccupo per il sig. B. (il gesto in sè è stato veramente la cazzata di un folle). I capodogli non se la sono cercata una fine così… ora una statuetta del Duomo insieme ai suoi giornali lo faranno entrare nell’empireo dei martiri e la gente lo pregherà dimenticandosi che i martiri siamo noi che rincorriamo la fine del mese e che, prima o poi, finiremo esausti su una spiaggia deserta.

Una preghiera per i capodogli…

π-Dogx – Reliquum Fertilis

Some words along the sounds of π-Dogx’s second CD: Reliquum Fertilis

by /Håkke

Some words along the sounds of π-Dogx’s second CD: Reliquum Fertilis

Just a few words then…
Some of these tracks have been (are) up on our MySpace player, but about half of them have until now been lying around in light slumber, waiting to be released.
BTW, we have chosen (as usual) not to compress the recordings, but leave the dynamics as they were in the air when we were recording. To get the right feeling, they should be played fairly loud. A rock drummer would sometimes have to restrain himself a bit to fit in, but not always.

When there is no mentioning of the background of ..titles and session names, there is no background. Track titles are mostly set immediately after recording, so our immediate feelings and subconsious are probably involved a lot. Or maybe Boch is keeping a secret every now and then – fair enough…

1. No Hustle
from the session Aquila of 2009-01-02
The Hassel inspired cello sounds come from playing overtones through a pitch shifter (an octave I think). Secret disclosed, very beautiful sound it is.

2. Longing
from the session Longing of 2009-01-10
At this time we were testing a way of work including repetition. So we tried to record the same track over and over, listening between takes, and hopefully improving. So recordings from this session is Longing, Longing!, Longing!! etc. The track selected for this CD is Longing!!!2, actually a remix of parts from two different Longing…
Was it worth the trouble? Well, that’s not for us to say, but still use this doitagain method from time to time…

3. System Overlord
from the session Anus Lupus of 2009-02-07
Name is due to – you guessed – a system overload error on Boch’s Mac, cutting out pieces of the recorded (or in this case not recorded) sounds. Otherwise fairly pleased with the sounds, we glued together the pieces and, voila; The result doesn’t show much of the disruption, does it?

4. Fürlise
from the session Hopploesa of 2009-02-14
Session name means Hopeless…
Promised to devote a track to my wife, for letting me of to my little fun every week, and her name is Lise, so there. One of the few π-Dogx recordings she has actually listend to. Almost all of it!
First track of the session, and turned out to be the one we like best.

5. Crow X Heed
from the session Inflammable Heart of 2009-02-28
This is a shorter remix than the track that was on our player, which should have been named ‘Crashed!’ Both are made the day of the recording.

6. Villkor
from the session Dry Throat of 2009-03-27
Villkor means condition(s)…
In a period where we were trying to deploy sounds and silence, using surprise as a tool, avoiding drones etc.

7. Sunny Side
from the session Daul of 2009-04-25
My midi keyboard has two additional modes, selctable and printed on top. One is ‘Split’, with a fairly obvious purpose, the other is ‘Daul’ which is maybe equally obvious… Didn’t notice until after a couple of weeks. BTW, the s/w Boch is using shows it’s proper name in several places, but on the window frame (or somewhere like that) the name is ‘Locig’! Does anyone else out there use this software? 
Anyway, on session before this one Boch had brought back his cello into use, and the magic is still there…

8. Stilico R
from the session Daul of 2009-04-25
Stilico was some kind of war leader in the Roman empire. (Boch’s bag…)
Quite a different track from Sunny Side, enough so to include it here.

9. Ping Slippings
from the session Slim Pickings of 2009-05-21
A new, stationary PC has been included in the setup, removing some of the limitations on my side. Makes life easier, though you may not hear it, and this session was reduced due to technical obstacles. One track only. This one…

10. Layers
from the session Nest of 2009-05-29
This turned out to be π-Dogx’s session on archeology; The other two recordings were Excavated and Petrified.
More planning than usual. Almost a composition, implemented in three different ways. Layers is the monkey in the middle.

That concludes my writing for this time.
Should have done this in time to include it in the download package, but you can’t have it all, can you? hehe

What’s that? You can, you say? Hmm that’s interesting, how do you mean… could you show… let’s take a little walk, you and I so that… Just a second, I just need to say goodbye to my friends here…

Bye,bye, friends!
Peace!